LA

STRAZZOSA

E

MOLTO MESCHINA

COMPAGNIA

del mantellaccio,


nuovamente venuta in uso,

non più veduta se non

adesso.

Di nuovo fatto s'è una compagnia

De panni frusti, vecchi e repezzati,

E povertade a lei è scorta e via.


Simon del Magno siede fra i primati

E per insegna porta un mantellaccio,

E vuol che tutti gli portin stracciati.


Va tosto Pier Fabbrin e fa il procaccio

Per tutta quanta questa nobil scuola,

Che regolar bisogna sto corpaccio.


Allhora Pietro, come uccel che vola,

Gli ragunò d'un subiotto al suono,

Senza pur replicar una parola.


Signor governator, costor ci sono”,

Disse, ed ei tosto a lor: “Fate silentio,

Ed udirete quel ch'io vi ragiono.


Cari fratelli, poi che sier Gaudentio

Da noi si scosta, e non ci vuole udire,

Masticar ci bisogna questo assentio.


Il mio mantel più non mi può coprire,

Con un de' vostri lo vorrei cangiare,

E in piè si levi chi mi vuol servire,


E fate presto, acciò possiam cantare

Qualche bel madrigal nel chitarrone,

Che poco tempo è che si suole usare.”


Ma Balsimin Galvan, detto il Fantone,

Disse: “Vi darò il mio, se lo volete,

Se ben di dietro mi va giù un ghirone.


Io me ne servo, come voi vedete,

Da pescar pesciolin talhora in Arno,

Perché gli è fatto a guisa d'una rete”.


Levossi tosto un vecchio afflitto e scarno,

Che per antichità d'argento ha i crini,

E disse: “Fin ad hor si gracchia indarno.


Sappiate ch'io son Ago de gli spini,

Che ne le stinche stetti ben trent'anni,

E consumato ho il corpo ed i quattrini.


Pur, non solo il mantel, ma tutti i panni

Scambiar vi voglio e così far intendo,

Acciò che usciate di sì tristi affanni.”


Ma Leonardo Dossi, ciò sentendo,

Vi darei”, disse, “Il mio, ch'è pavonazzo,

Ma poco ben farei, se ben comprendo.


Ma gl'è qui presso il nostro Gian Guidaccio,

Che senza sconcio vi può accomodare,

Perché già fu prior del mantellaccio”.


Disse il governator: “Fatel chiamare”,

Onde Giovanni tosto fu venuto,

E per paura cominciò a tremare,


E disse: “Due mantelli ho sempre havuto,

Sol per istare al mondo in vita lieta,

Dammi il castigo ch'egli è ben dovuto.”


Hor non sai tu che nostra legge vieta

Che fra noi più d'un manto non si possa

Tener, e tu fai vita sì indiscreta?”


Disse il Cavagna: “I' parlerò alla grossa,

Ed un ne piglierò, ch'io n'ho bisogno,

Che 'l mio l'altr'hier mi cadde in una fossa”.


Disse Pierozzo: “Egli è sier Bindo un sogno,

Io ho qua il mantovan ch'è mio conforto,

Ma dir le sue miserie mi vergogno.”


Il mantovan rispose, in faccia smorto:

Da me non ho mantel, ch'io l'ho pigliato

Impresto, per venir fin qui a diporto.”


Levossi ritto Baccio Fortunato,

E disse: “Il mio non vo' donar né vendere,

Che per fido commisso fu lasciato”.


Disse il governator: “Io voglio intendere

Questo problema, e poi ti lascio andare,

Se la tua causa si potrà difendere”.


Disse il Marmotta: “Non state a cridare,

Ma dite basse le vostre parole,

Che qua di dietro v'è chi sta ascoltare.


Lasciamo andar da parte queste fole,

E ciò vi dico come consigliere,

Perch' altro habbiam che più ci preme e dole.


A me parrìa d'intendere e sapere

Se 'l camarlingo ha soldi ne le mani,

E lui stesso lo dica, ch'è il dovere”.


Montò in bigoncia Tammasin Viviani,

Dicendo: “Non lo sa la compagnia,

E più di tutti Maganin Pagani.”


Allhora Giacopon da Scarperia

Perch'egli era infermier, rizzossi prima

Dicendo: “Non andrà per questa via.


Tu mostri far d'infermi poco stima,

E soncene ben sei senza danaio

L'uno è mastro Marcon, che canta in rima.


Il Bossolino e 'l Magro banderaio

Pier Bartolini e 'l Bossina sensale,

E l'ultimo è il focoso Farsettaio.


Io l'ho detto più volte, e non mi vale”.

Disse il governator, “Habbiate cura

Che queste entrate non vadino male”.


Pier Mescolaio disse: “Io ho paura

Di Agnoletto toscan, ch'è guardiano,

Ch'ogn'homo dice ch'ei la cera fura”.


Disse Agnol: “Io non so giocar di mano,

E torto havete a dir simil baiata,

Che da duo mesi in qua del sevo (?) ardiamo.


Ma io sento la porta ch'è bussata,

Và, vedi ch'egli è Pietro del Berretta,

Che di novizi ha seco una brigata”.


Tutti gridorno allhora: “Aspetta! Aspetta!”,

Vuol il capitol ch'ei paghin la tassa

Innanzi ch'a partito alcun si metta.


E Michelozzo Bonfi dentro passa,

Dicendo: “Anch'io pur voglio esser de' vostri,

Se in terra vi cadesse una ganassa.”


Disse Meo Grilli: “Convien che tu mostri

La fede, che tu sij legittimato,

Poi forsi un loco havrai quindi fra' nostri”.


Disse Pier da le Macchie: “Ei fu frustato

Per esser stato colto in un pollaio

Di notte, e non può essere accettato.”


Dopo di lui seguì Guarin Mugnaio,

Entrando dentro con turbata faccia,

Ed havea un gran squarzon di dietro 'l saio.


Il Bandinel rispose: “Ch'ognun taccia,

Tanto che parli il mastro de' novizi,

Che forsi vuol mutarsi di guarnaccia.”


Disse il mastro: “Non fate ch'io m'instizzi,

Perché io scoprirò poi le magagne

C'ha fatto fin ad hor Bertoldo Rizzi”.


Francesco Buccio volea le calcagne

Voltar, ma gli fu detto: “Ecco la borsa,

Né ti partir, che non havrai lasagne.


E se fin'hor v'è qualche spesa occorsa,

Lorenzo Stucco e Nicolò Bancozzi

Bisognerà che i soldi ti rimborsa.


E pur che la sua micia gli raccozzi,

Co'l servidor di braccio al magazzino,

Con sbirri, beccamorti e cavapozzi”.


Fatto la tratta, chiaman Bertacchino,

Suo canevaio, e gli dieron la mancia,

Perché portò la fiasca del buon vino.


Su, facciam presto”, disse il Melarancia,

Faccinsi camerlinghi huomini dotti

Che possin star con gl'altri a la bilancia.”


Tendi Cuoco, figliuol di Stefan Botti,

Egli è a specchio”, disse il Tutamella,

Ed oltre questo, canta de' strambotti.


Giovanni Strozzo, detto il Chiaramella,

Egli è debito qui quarant'un soldo,

E mai non parla con buona favella.


Camerlingo facciam Fresco di Stoldo

De' Frescobaldi, e per lui proprio s'oda

Un de la casa, chiamato Bertoldo.


Fate il provveditor degno di loda,

Anton dal Ponte, interprete de gl'hosti,

Co'l mantel cremesin tinto di broda.


Quattro infermieri vi saran proposti:

Leonardo e Nicolò de Baroncelli,

E 'l terzo, Lazerazzo Beccamosti.


L'altro si chiama Giovanni Vanelli,

Che fe' già banco e cambio di molt'oro,

Ed hor non ha di questi, né di quelli.


I guardian, ch'apparecchiano il choro,

Lo Spechietto, Fagiuolo e Pincherello,

E Baccio Bernardin dal Ormanoro.


Egli è morto il Cruffagna ser Bacello,

Correttor nostro, che gratiò Cartoccio

E la sua heredità rase al fratello.


Sede in suo loco Bardochin Bardoccio,

Che papperebbe in un dì la picchierna

Pur ch'egli havesse un lattonzol a socio.


Fervente Bacco il gioco e la taverna

Furono amici suoi decine ed anni,

Hor va di notte e non porta lanterna.


Egli è rimaso scrivan ser Giovanni

Di ser Lion, costui porta pel gioco

Rotti, sdruciti ed unti tutti i panni.


Ecci un altro messer Giovanni Cuoco,

Che fu tentor, questo non è quel desso

Ben che sia come lui venuto al poco.


Un altro v'è, che leccarebbe un cesso,

E Bellaino, che cordialmente ama

Quando gli è messo un pachio (?) in compromesso


Governator di cucina e non dama,

Padre del sonno povero infingardo

Che l'hospital a viva voce il chiama”.


E ci convien haver fisso riguardo”

Disse il governator, “Oltre il vestigio

Di non elegger medico bugiardo.


Maestro Gabriel, medico bigio,

Andrà a partito, piegate la mano.

I' ve lo raccomando per servigio.


Egli è de' nostri, e già fu battilano,

Cerusico da fignoli maturi,

Addottorato fu, se bene insano”.


Se voi volete viver più sicuri,

E levar via gli scandali e gli crucci,

E viver lieti ne' tempi futuri,


Ecci maestro Pagol da Penucci,

Sudicio vecchio e logoro per tutto”,

Disse Giovanni di Lucca Manucci.


Horsù, perché potiam cavar construtto,

Caviamo l'infermieri, poi che 'l manco

Habbiamo fatto”, disse Renzo putto.


Ecco cavato Giovanni del Franco

Per lunedì, col Sozzi pizzicagnolo,

A visitar gl'infermi in manto bianco.


E martedì Bacon di maestr'Agnolo,

Con Bartolin di Brunetto beccaio,

Atto a far tosto del mar un rigagnolo.


Remigi Butti e 'l Gracchia ottonaio

Mercoledì, giovedì Pier Canacci,

Con sier Tomaso di Marco Notaio.


E venerdì Pier di Giovan Granacci,

Con un Luca di Frosin dipintore,

Sabato poi ser Carlo e Pier Brancacci.


Noseri, ch'è cima, e Pagol stampatore

Gli ultimi son che domenica andranno,

Padri di carità, specchi d'amore.


E de' dieci novizi che vorranno

Essere eletti del numero nostro,

Vestiti stranamente e pur s'affanno (?).


Bernardo ha nome il primo ch'io vi mostro,

Figliuol di Santi Piffero che suona

Gli ciufoli, e sa ben stemprar l'inchiostro.


E par non so se sia buona persona,

Condotto per le man d'un pollaiolo

Che vende gatti, chiamato il Corona.


Segue l'altro novizzo legnaiuolo,

Legista in sorte Ne su di Viviano,

Ch'aggravò il padre e sollevò il figliuolo,


Egli ha coda di scorpio e viso humano,

Gran teco meco, rapace ed ingordo,

Ghiotto e leccardo, di lingua e di mano.


Costui che lo conduce è mezzo sordo

E 'l Brun si chiama, di Marco dal Buono,

Inscritto di sua man suso il ricordo.


Già vi s'è detto chi questi dua sono,

Fate dunque che 'l terzo ch'io raccozzo

Possa far duo balletti a questo sono.


Egli è per nome chiamato Gherozzo,

Gherozzo Din, figliuol di monna Venna,

Che tien la verità chiusa nel gozzo”.


E Salut di Gherardo, detto il Penna,

S'inginocchiò nel mezzo de lo spazzo,

Poi si rizzò, coprendo la cotenna


E disse: “I' dico che Gherozzo è pazzo,

Che se si fusse una volta rimosso,

Non portarebbe il mantel pavonazzo,


E non ha tanto al sol che vaglia un grosso,

Privo d'ogni virtù, senz'alcun bene,

Eccettuando i panni ch'egli ha indosso.


I' ve lo dico perché s'appartiene

A tutti noi che siam qui ragunati

Di far quel che 'l capitolo contiene.


Ancora vi saranno nominati

Il resto de' novizi, che son sette,

Non molto buoni e poco ben creati.


Il primo che verrà Pagol rosette,

Che pe'l caldo del vin sta sfibbiato,

E per goder col cuoco sempre stette.


L'altro, Lorenzo fornaio è nomato,

Il Broda che tre volte ha già fallito,

Se la quarta non fa, muor disperato.


E dopo quello ne verrà al partito

Galeoto Braccesi, che mangiando

Certi gazzuoli gli occhiali ha smarrito.


E Nardo Grilli poi vien seguitando,

Che raccoglie cenci e ciarpe per la via,

Ed il Capretta poi, dietro cantando,


E su pe' i canti fa la diceria,

E la sua Musa suona a più potere,

E Chimenti Guernucci anco vorria.


Costui non mangia poco, ma nel bere

Mai non si stanca, ed è tanto da poco

Che spesso in sogno cade da sedere.


Segue de' dadi e de le carte il gioco,

Però, per la malitia sua infinita,

Merta esser accettato in questo loco,

Che poi la compagnia sarà finita.


IL FINE

Testo trascritto da: La strazzosa et molto meschina compagnia del Mantellaccio, nuovamente venuta in uso e non più veduta se non adesso, di Giulio Cesare Croce, Modena, Francesco Balduino, 1600, (7x13), pp. 12 n. num., ill., BAB