TERZETTI

OVVERO

MOTTI

PIACEVOLI

Splenda a sua posta il sol, splenda la luna,

Sempre mi trovo in tenebre profonde,

Gioco d'amor, trastul de la fortuna.


Di quel ch'altri mi priva, i' mi dispoglio,

Quel sol dipend'in me che vien d'altrui,

Non volio, e cerco quel che bram' e voglio.


Proprio intervien a me com'al villano,

Che perd' a un punto il tempo e la fatica,

E dolsi del sudor ch'a sparso invano.


Non cred' ad altri, chi al suo cuor non crede,

La coscienza macchiata fa il sospetto,

E nasce il dubitar da pocha fede.


Ogn'animal s'allegra, ed io lontano

D'ogni ben, piango la mia sorte dura,

Ch'al disperat' ogni rimedio è vano.


Sempr' è stato qua già la mia ment' egra,

Né mai per me s'è visto in ciel il sole,

E mia sorte al venir fu sempre pegra.


Soletto, spesso a sospirar m'invio,

Formando giorn' e notte un pianto roco,

Per raddolcir in parte il dolor mio.


Se papaver ti dessero la sera,

Dal sonno non saresti sì aggravato,

Che saresti a dormir con la lettiera.


Sai tu dove si trova la tua sorte,

Sin di là dalla grotta di Merlino,

Né può venir, perch'ha le gambe torte.


Per questa sera non havrai ventura,

E la cagion di questo è, se nol sai,

La tua sdegnosa e ruvida natura,


Vuoi che ti dica? Tu faresti meglio

Andar a letto, perché questa sera

Non l'hai d'haver, dunque finisci il prelio.


Battete pure, oh duri, aspri martelli,

Questo mio cor, che son parato e pronto

A sostener d'Amor tutt' i flagelli.


Senza sostegno non può star la vite,

Così, se tu senza virtù rimani,

Sian l'opre tue sotterra seppellite.


Chi potesse vedere il tuo cervello,

Credo si vedrìa un zucco pien di grilli,

Che van girando come un molinello.


Non so quel che vorresti questa sera,

O la ventura o un buon piatto di trippe.

Credo le trippe, assai più volontiera.


Se il ciel t'ha fatto gratiosa e bella,

Perché ancor non ti mostri a tutti grata

E massim' a chi t'ama, pazzerella?


Quando cantar vuoi, taccion le rane,

Né si senton né grilli né cicale,

Né per casa abbaiar gatto né cane.


Questo proprio par donna Michelina,

A l'habito, a l'aspetto tutto humile,

Ma guardati la gamba Caterina.


Pari proprio madonna Ruvidazza,

O la zia Togna, che vende balossi,

Deh, disgratia, va' a letto, poverazza.


A quella che portò l'acqua col cribro

Ben t'assomigli, a l'opre alte e preclare,

Per tal sarai famoso in ogni libro.


Credi esser di manna un scatolino,

E più del miele havere in te dolcezza,

Ma d'ingrosso t'inganni, mio musino.


Hai una vita alquanto sgarbatella,

Ma pur se t'aiutasti qualche poco,

Tal ti porrebbe amor, c'hora t'uccella.


Instabile è fortuna e chi gli crede

Ha del pazzo, e però non ti fidare

In essa, perché mai tien fermo il piede.


Disgratia, và a cantar la bustacchina,

E levati di qua, su, para via,

A chi dic'io, mostaccio di puina.


Hai una vita tanto contraffatta,

Che se ti miro ben ti rassomiglio

A quel che vende trippe per la gatta.


Chi vuol del viver buon trovar la via,

Segua i vostri vestigi e le vostr'orme,

Ch'ivi si trova i ben ch'al ciel invia.


Ho udito dir, e certo l'ho discaro,

Che trai fiombine da pelar i gatti,

Creanza veramente da somaro.


Più tosto in un pilastro con il naso

Darei, e un spin mi ficcaria in un piede

Che per mai uscisse mai sorte dal vaso.


Voi sete d'una pasta così buona,

Che saresti da far de' zuccherini,

E con ognuno andare alla carlona.


La mia felicitate è un duro scoglio,

Coperto sotto lieta e tranquill'onda,

Che l'allegrezza termina il cordoglio.


Gl'asini t'hanno in odio a più non posso,

Ch'inteso hanno ch'al tempo de' meloni

A la sua parte troppo vai addosso.


Di te ragiona una una schrittura antica,

Fatta in Costantinopoli, qual dice

Che la pigritia molto hai per amica.


L'altro giorno mi disse un indovino

Che la ventura che t'havrà a toccare

Sarebbe – amico – un bel saltamartino.


Và, piglia l'orinal e il scaldaletto,

Né star più qui a chiarlar, e quando prima

Spogliat' i panni, e vatti porre in letto.


Tu par proprio il ritratto degli affanni,

A chi ti mira in la fisonomia,

O quel che da la suppa a' barbagianni.


Una vecchia è con te molto adirata,

Ed ha giurato, pria che passi il giorno,

Di batterti sul volto una frittata.


Se non ti lavi meglio quel musino

E quell'orecchie tinte e quel nasaccio,

Farai a pugni col spazzacamino.


Quando seder credea su l'alta cima

Della tua ruota, o cieca e instabil Dea,

Mi trovo al basso, in poco pregio e stima.


Tu farai come l'ape e le formiche,

Tu t'affatichi e sudi ed altri al fine

Goderà il frutto d'ogni tua fatica.


Deh, muta ormai quei tuoi costumi alteri,

Che giorni corron più di cerv' o pardo,

Che fai? Che tardi, oh là? Che pensi o speri?


Par molte volte che sia un gran tesoro

La gemma falsa, però sta in cervello,

Che che luce al mondo non è oro.


Tu vai ne l'aria facendo castelli,

E non sai quel che pensi o quel che fai,

E fai ridere ogn'un, quando favelli.


Oh, poverina me, che si dirà

Quand' havrò perso tutto il mio cervello,

Il quale poco a poco se ne va?


S'a me stesse a donar questa ventura

Ti vorrei dare un bon piatto di trippe,

Che la tua pazzia d'altro non si cura.


La vita humana è tanto amara e dura

Che te felice se conoscer sai

Te stesso, e non cercar altra ventura.


M'ha detto un matto che vien di Romagna

Ch'egli ha veduto la vostra ventura

In groppa d'un moscon che va in cuccagna.


Esserti credi un scatolin di manna,

Ed esser dolce più del miele assai,

Ma tal cred' esser buon ch'al fin s'inganna.


Se 'l pan volasse come fan gli uccelli,

Ovver corresse come fan le lepri,

Non so come gonfiasti i tuo' budelli.


Il tuo legname a sì cattiva luna

Tagliato fu, ch'havrai molta fatica

Haver ventura mai in parte alcuna.


Io son stratiato da sì fiero artiglio

Ch'ogni fiore è per me cangiato in stecco,

Né fiorisce per me rosa, né giglio.


Poco spatio di vita homai t'avanza

E però volgi la tua mente al cielo,

Che pazzo chi qua giù pone speranza.


Egli è gran dir che ogn'un che ti conosce

Di te si burla, e questo tuo mostaccio

Par che facci a ciascun venir la tosse.


Mira che viso, che naso e che bocca

Da far rider le simie e i babbuini,

Poi vuol che la ventura hora li tocca.


Come il fucile l'esca arde ed accende,

Così voi de le genti ardete i petti,

Ovver ogni cor a voi si dona e rende.


Se costui ch'ivi sta, più torto havesse

Il naso e lungo il mento, pareria

Colui che vende le castagne lesse.


Quando penso al buon tempo che potresti

Haver se fosti più galante un poco,

Fra me stupisco, e par che pazzo resti.


Manca ogni cosa, se ben dritto guardi

E non sarai doman' quel che fost'hieri,

Però provvedi, e non pentirti tardi.


Non mi posso giovar per lamentarmi,

Che sorda è la fortuna a' prieghi miei,

Né pur si degna, ahi empia, d'ascoltarmi.


Non so quel che sarà, ma muoia o viva

Sarò qual fui, ch'una verace fede

Non mor, ma va col spirto a l'altra riva.


Come il fucile l'esca arde ed accende,

Così voi alle genti ardete i petti,

Ond'ogn'un vi si dona e a voi si rende,


La virtù vostra, e gli altri bei costumi

Fan sì che ogn'un vi brama e vi desìa,

Gratie ch'a pochi dan gli eccelsi numi.


Voi sete una manesca personcina,

E s'arrivate dove sia di cotto

Non sete pegra a menar di cinquina.


Sì ritrosa ti veggio a li miei prieghi,

Fortuna, che non oso più chiamarti,

Temendo che l'aiuto tuo mi nieghi.


Misero è il stato mio, che chi si pasce

Come facc'io d'una speranza vana,

Può dir che miser con tal speme nasce.


So dov'hai posto il cor, anima mia,

Ma te lo dico come vero amico:

Mai non facesti la più gran pazzia.


Tanto ingordo è costui, a dire il vero,

Che non vorrebbe mai, pur che potesse,

Altro compagno attorno il suo tagliero.


Chi non provvede e sé quando bisogna,

Col tempo stenta; hor, fin che ciò far poi,

Non star a fare il verso della Togna.


Son nato in dolorosa e triste sorte,

Però patisco al cor grave tormento,

Che più languisse quel ch'a manca forte.


Il tuo bel portamento e il buon costume

Ti farà sollevar alto da terra

E gir al ciel con le dorate piume.


Se si sforzasse Giove e la natura

Formar un altro corpo a voi eguale,

Non sarìa mai così gentil figura.


Se la ventura non potrai havere,

Cerca darti patienza, e vatti caccia

In letto, ma racordati di bere.


Hai una vita assai da compatire,

Ma con sì poca gratia l'accompagni

Che chi ti guarda non ti può patire.


Più tosto caderei in fondo a un fosso

Che haver in questo mondo mai ventura,

Facciami quel che sappi, e quel che posso.


Tu sei un humoretto così fatto

Che poca gente v'è che ti conosca,

Che un poco pocp piccichi di matto.


Ho udito dire, e mi dispiace assai,

Che sei stizzosa più d'una ranocchia,

Cosa che non m'havrei creduto mai.


Si va dicendo, in questa parte e in quella,

Che fosti l'altro dì vist'in cucina

Dar con la lingua lustro a la padella.


Ottimo fin ne le tue imprese havrai

E ne' trattati grand'util e honore,

Se con più senno e più prudenza andrai.


Io non so quel che facci alle persone,

Che non sì tosto alcun ti guarda e mira,

Che per te crepa, e more di passione.


Goffo e balordo fosti e sarai sempre,

E sei per riuscir goffo e balordo,

Ogn'hor via più, se tu non cangi tempre.


Qual pino, combattuto son da' venti

Pur se ben piego i rami, non gli temo,

Ch'in Dio fermat'ho tutti i miei contenti.


S'io te lo dico, non l'haver a sdegno,

Tant'ostinato sei, ch'alcuna volta

Ti sarìa sano un buon pezzo di legno.


Tronco era al mio pensier ogni sua speme,

Pur la speranza, al secco tronco inserta,

Trova il mio ben e la mia gioia insieme.


Rider mi fai, a fè da cavaliero,

Quando miro quel naso rampinato,

Che il becco proprio par di sparaviero.


Se ben par che sia secco su la pianta,

Non di men, in virtù verdeggio sempre,

E la bontà d'intorno ogn'hor m'ammanta.


Canta il cigno a la morte, e voi cantando

Rinnovate la vita a chi vi sente,

S'allegra, e pone ogni mesticia in bando.


Tu sei più dolce che la mandolata,

Più saporita de la gelatina,

Tenera e bianca più della gioncata.


Non so quel che di te mi debba dire,

S'io non dico che sei un certo umore,

Che malamente alcun ti può patire.


Credo che tu nascesti a luna vuota,

Che di soldi ogn'hor vot'hai la scarsella,

E con falliti puoi andar in nota.


La sacra fronda, che gli antichi regi

Facea corona, a te ben si conviene,

In guideron de' tuoi ornati pregi.


Tra la luce e l'horror, la vita vostra

Errando se ne va, tutta dubbiosa,

E con la morte ogn'hor combatt' e giostra.


Pagarei un quattrin di quei dal Gallo,

E che dicesti la tua fantasia,

Che poi ti vorrìa far dar un cavallo.


S'in altra parte non ti trovi argento,

Io t'assicuro, e credil, che sta sera

Resterai con le man piene di vento.


Chi col giudicio rettamente mira,

S'accorgerà de' miei occulti affanni,

Che se la bocca ride, il cor sospira.


Tu credi da la notte haver splendore,

A cercar che ti tocchi la ventura,

In fortuna, fermezza; in sasso amore.


Attendi a conservar la roba c'hai,

Né far disegno su quella d'altrui,

Che non so se la tua pur goderai.


Tu non sei per haverla in modo alcuno,

Però va' dormir, né star qui a gracchiare,

Che a dire il ver hormai hai stuff' ogn'uno.


Vorrei saper da voi, persona dotta,

Che fa la luna quando non si vede,

E perché piace a i vecchi la ricotta.


Scorgo ch'ogni piacer da me s'asconde,

E ch'ormai giongo sospirando al varco

Ove l'alma si scarca, e si nasconde.


Quanto è il giuditio tuo fragil' e infermo,

A fidarti del mondo e di fortuna,

Ove l'alma si scarca e si nasconde.


Hai proprio un naso come le pizzacare,

E vuoi star quivi a fare il bel humore,

Hor va', disgratia, tu a suonar le gnaccare.


A un verdeggianto olivo v'appareggio,

Pe i dolci frutti de la virtù vostra,

E i bei costumi ch'in voi scorgo e veggio.


Credi che non conosca che tu sei

Ambitiosetto un poco di natura,

Ma la forza ti manca e tronca i piei.


Chi è di te più humorista e capritioso

Ben si può dir ch'habbi il cervel sventato,

E che sia stravagante e bisticcioso.


Tu sei così da poco e negligente,

Così pegro, insensato ed infingardo,

Che mai al mondo non havrai niente.


Tra gli altri musi, il vostro muso è un muso

Da far paura a tutti gli altri musi,

Che mai non fu più stravagante muso.


Io te lo dico in una sola parola,

Se stare al mondo in pace ti diletta,

Non dare orecchio ad ogni ciancignola.


Tu ti becchi il cervello, e nell'arena

Semini, ad aspettar questa ventura,

Perché la sorte pel naso ti mena.


Il tuo musino è un di quei musini

Che sarìa raro per un canta in banco,

Da far ridere le simie e i babbuini


Ogn'animal s'allegra pur tal volta,

Sol io mi struggo in dolorosi guai,

Per chi sa le mie pene e non m'ascolta.


Io te lo dico a lettere di scatola,

Ho inteso che tu sei sì lesinante,

Che non cavarìa da te una piattola.


Un muto me l'ha detto, e glie lo credo,

Che voi sete un cervel molto bizzarro,

E che è più che ver, ogn'or m'avvedo.


Dopo un lungo cammin, grave ed amaro,

Spero goder, anzi sicur io tengo

Per l'avvenir un viver dolce e caro.


Il cuoco si lamenta assai di te,

E tengo e credo ch'egli habbi ragione,

Un'altra volta ti dirò il perché.


Ov'è chiusa pietà si batte invano,

Però tu getti il tempo e le parole

Indarno, per piegare un cor villano.


Orso alpestro non sei, né in boschi nata,

Ma fra nobil creanze e bei costumi,

E di mille virtù cinta ed ornata.


Sì come la viola alma e gentile

Porta a noi primavera, così il vago

Tuo viso a noi apporta un lieto aprile.


Felice donna, che ti scatenasti

Dal mondo lusinghiero e pien di frode,

E in porto più sicur ti ritirasti.


Corin mio caro, ascolta quel ch'io dico,

Ognun di te si burla e prende spasso,

E mi dispiace, perché son tuo amico.


Esser potrebbe ch'ella ti toccasse,

Ma questa sera i' l'ho molto dubbiosa,

Però va', dormi là su quelle casse.


Questa ventura non è preparata

Per te, però sia ben gir in cucina,

E farti far de' gnocchi una bucata.


Una ribalda e maladetta strega

T'ha tolta in odio, e per via di malìe

Vuol farti diventar una civetta.


Non così tosto l'alba mattutina

Appar, che tu ten vai col boccalone

A metter le ventose alla cantina.


Se ben rimiro il vago aspetto vostro,

Vi rassomiglio a quello il mio musino,

Che va d'intorno vedendo l'inchiostro.


Ho inteso che ti piace la puina,

Però sarebbe buon che quando prima

Andasti a star di fuori a una casina.


Mentre vado pensando alla ventura,

Conosco in ver che la potresti havere,

Perché fortuna ha sol de' pazzi cura.


Io semino formento, e mieto l'oglio,

Pianto la vigna, ed altri coglie il vino,

Tal che altr'il mio gode, ed io mi dolio.


Io credo certamente che il cervello

Hai pien di parpaglioni e di cicale,

Ch'ogn'hor s'aggira com' un molinello.


Guardatevi da questi, ch'in presenza

Vi ridono, e vi dan de' lodolini,

Che quei tai poi vi mordono in absenza.


Sai dove sta, musin, la tua ventura?

Di là da fanciullin, tutta pelata,

Che un ferrarese gli ha fatto paura.


Vorrei veder c'havesti più maniera,

E che fusti più placid' e più quieto,

E non gridasti così volontiera.


Sì come l'arco celest' è variato

Di bei colori, annuncian pace al mondo,

Tal fa il bel viso tuo di gratia ornato.


Fermatevi a mirare un po' costei,

Oh voi che fate cerchio qui d'intorno,

E dite che bellezza regna in lei.


Tant'è ordin' che freni il tuo parlare,

Quant'ordin è serrar in gabbia il vento,

E in un guscio di noce por il mare.


Vola tant'alto l'aquila, che sopra

Le nubi ascende, e voi, aquila degna,

Per innalzarvi al ciel spendet' ogn'opra.


Guida la nave la fortuna, e gira

Il suo cammin, così chi il mar del senso

Varca, spesso s'affonda e in van sospira.


Tu tieni entro il cervel capricci vari,

E vai sempre fra te freneticando,

Tal che saresti buon da far lunari.


S'a mezza notte trovassi costei

Io credo certo, e lo tengo per fermo,

Donne mie care, che mi pelarei.


Dovresti contentarti del tuo stato,

Né andar bramando quel ch'haver non poi,

Ma in quel sperar che ti po far beato.


Io te lo dico, e non far l'occhio guerzo,

Se tu non cangi vita, a rischio vai

Ch'un giorno ti sia fatto qualche scherzo.


Chi non ti praticasse, o non sapesse

Il tuo proceder, certo crederìa

Ch'ogni bontade in te si rinchiudesse.


Oh, che bocchin da castigare un piatto

Di maccheroni, dategli un'occhiata,

Che mai non ne vedesti un così fatto.


Confortar più me stesso non ardisco,

Perché tanto contraria ho la fortuna,

Che son come l'augel ch'è preso al visco.


Dovresti del tuo stato esser contento,

E non ti lamentar, poscia che 'l mondo

E' una valle d'affanno e di tormento.


Io te lo dico a lettere correnti,

Levati giù di questa fantasia,

Che quivi non è carne per i tuoi denti.


Ben si può dir a te con veritate

Quel motto scritto su l'infernal porte:

Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate”.


Mostra di non haver cotanto brama

Di questa cosa ch'ha più lieto fine,

E a più lodata impresa il ciel ti chiama.


IL FINE


Testo trascritto da: Terzetti o vero motti piacevoli Di Giulio Cesare Croce. In Bologna, per li Er. Del Cochi, 1637 (10x14), pp. 16 n. num., BAB