TESTAMENTO

DI M. LATTANTIO

MESCOLOTTI

cittadin del mondo.

Opera nuova in ottava rima,appartenente a tut-

ti quelli che desiderano di hereditare.

Considerando il nostro viver frale,

E che tra noi non regna alcun contento

Passando questa vita egra e mortale,

Qual' ombra, sogno, nebbia, fumo e vento,

Ho pensato tra me che sia men male

Far, avanti ch'io muoia, un testamento,

Il qual è questo che qui pongo fuori,

A benefitio de' miei successori.


Prima lascio a gli afflitti miei parenti,

Da poi che sarò posto in sepoltura,

Poiché saranno assai mesti e dolenti

Della mia morte tenebrosa e oscura,

Tutti i debiti e crediti e instrumenti,

Le rime, i versi, ed ogni mia scrittura,

Con mille bei capricci e fantasie,

Cavate da diverse poesie.


Ed a gli amici poi voglio lasciare,

Che se per sorte cosa gli bisogna,

Se ne possino andar a comperare

S'haran denari, senza dir menzogna,

Ed a sua posta possan passeggiare

Per tutte le contrade di Bologna,

E, se parlan secreto, dichin piano

Acciò ch'il suo parlar non resti vano.


Lascio a color che sono innamorati

Mille rivolgimenti di cervello,

E che paiano sempre smemorati,

Quando parlan fra lor, con questo e quello,

E con li guanti in mano e gl' occhi alzati

Faccian palese a ognuno il suo flagello,

E poi li lascio, per suo guiderdone,

Desiderio, speranza e gran passione.


Ancora, a quelli che vanno a studiare

Di tutti i dubbij gli vuo' far un dono,

Che poi gli habbino spesso a disputare,

Cercando sempre che 'l suo dir sia buono,

E che tra lor sia spesso da gridare

Né alcun che ciò decidi mai sia buono,

Ma, come haranno argumentato assai,

Restino avviluppati più che mai.


Voglio il disìo lasciar, a tutti i bravi,

Di duello, d'honore, e di mentite,

E che siano persone accorte e gravi,

Che difendano sempre ogni sua lite,

E che nelle sue cose siano savi

E siano con ragion sempre esquisite,

Che se faranno più d'una questione,

Vinceran sempre, quando haran ragione.


Le cerimonie lascio a i cortegiani,

L'invidia e più, che più l'adulatione

E le bugie dispensò a gl'artegiani,

Ed a' politi la reputatione,

E poi le scortesie lascio a' villani,

E che siano malvagi a ogni stagione,

A' ruffiani e a persone sì sfacciate

Lascio d'entrata mille bastonate.


L'otio a' poeti, a' poveri la fame,

La concorrenza dono a virtuosi,

E a quelli ch'accompagnano le dame

Gl'atti, gl'inchini, e i detti sententiosi,

A i fattor, a i sensali poi le trame,

Ed il poco rispetto a i licentiosi,

Una sete insatiabile a gl'avari,

E sicurezza a chi non ha danari.


Chi piglia moglie, voglio ch'abbia dote,

E la scomodità lascio a i soldati,

Le battute a li musici e le note,

E la patientia a tutti i sventurati.

Lascio a i trombetti che gonfin le gote,

E le chiacchiare a gl'hosti e gl'accurati,

Destrezza a i gatti, leggiadria a i barbieri,

Siroppi a gl'ammalati, e assai christieri.


Lascio ch'ogn'un d'estate goda il caldo,

E che di freddo siano ben forniti

L'inverno li poltroni e ogni ribaldo,

E sian da tutti i tempi mal vestiti

A gli ostinati lascio il tener saldo

E la sollecitudine a i falliti,

Brodo, sozzura a i guatter di cucina,

Alli baron di piazza la berlina.


I molinari havran le moliture,

Che sgraffignano spesso e volontieri,

Ed a geometri i ponti e le misure

Lascio, e le balle e bolze a i mulattieri,

Le merci alli mercanti e le scritture,

Tutte le usanze lascio a i forastieri,

Lo strozzar della truffa alle ruffiane,

E la salsa periglia alle puttane.


Voglio lasciare ancora a ogni cialtrone

Che vive e sguazza di furfanterie,

Che ricapito dia spesso a un bastone,

Per premio delle sue gagliofferie,

Voglio ch'al giotto piaccia i buon bocconi,

Ed alloggiar si facci all'hosterie,

Né vuo' che cerchino i savi gl'altrui fatti,

E che poco cervello habbino i matti.


Io lascio ancora ad ogni vagabondo

A tutti i commedianti e ciarlatani,

Ch'alle spese d'altrui vadin pel mondo,

Con milel ciancie e giuramenti vani,

Lascio che i pescator peschino al fondo,

E che tirin le reti con le mani,

Lascio a' furfanti assai pedocchi e fame,

E che possin morir in su 'l letame.


Ancora lascio ad ogni giocatore

Poca quiete, e la volubil sorte,

Ch'hora gli sia contraria, hora in favore,

Né lassino tal vitio fino a morte;

Poca credenza a chi sia vantore,

Il buon giuditio alle persone accorte,

E le insolentie sian de' fastidiosi,

E tutto il mondo de' prosuntuosi.


Io dono assai sciocchezze a gli ignoranti,

Che cercan questo e quel sempre beffare,

A i spensierati, suoni, risi e canti,

E la fortuna a quei che van per mare,

Li charatteri e l'ombre a i negromanti,

Il tempo perso a chi sta a strologare,

E la felicità del mondo a i pazzi,

E chi sta in acqua vuo' che sempre sguazzi.


Poi lascio ancor a i figli di famiglia

La volontà d'haver a governare

E maneggiar la roba a tutta briglia,

Per mantener le femmine e giuocare,

Dono i pensieri a chi la moglie piglia,

Assai fastidio a chi vuol fabbricare

La sconcertanza a chi ascende a dignitade,

E 'l pensiero a chi fa la sicurtade.


Item lascio le sue scuse a i debitori,

E la sollecitudine a chi ha lite,

I piacer faticosi a i cacciatori,

A chi è prigione do pene infinite,

I pericoli do a i cavalcatori,

E la concordia a le persone unite,

La vigilanza a chi vuole far robba,

A chi dritto non è, lascio la gobba.


Io lascio a' vecchi, per sua lor natura,

Tosse, malinconia, bastone e occhiali,

Il remirar verso la sepoltura,

Incomodi patir, ed altri mali,

E il non haver la giovenil bravura,

E l'essere nei lochi principali

Massimamente quando havran danari,

E nello spender non saranno avari.


Hor delle donne mi vuo' ricordare,

Che senza lor noi non sarìamo al mondo,

Però le voglio in sempiterno amare

Che, se no 'l faccio, merito 'l profondo;

Così la parte sua gli vuo' lasciare,

Intieramente con viso giocondo,

A questo modo io non gli sarò ingrato,

E né del latte che loro m'hanno dato.


Lascio a tutte le donne maritate

Bontade, gran prudenza e discretione,

E che portino fede e castitate

A' suoi mariti, come vuol ragione,

E non cerchin da altrui esser amate,

Sotto pena d'un pezzo di bastone,

E ch'ogni fantasia lascino andare

Sol procurin la casa governare.


Le vedove, che sotto bruna veste

Vivono per l amorte de' consorti,

E con l'habito oscuro fan l'honeste

Servandogli la fè, se ben son morti,

Se pur star non potessero modeste,

Lascioli che con atti honesti e accorti

Per estinguere in parte tal ardore

Con chi li piace possa far l'amore.


Io lascio ancora a tutte le donzelle

La gratia, la bontà, la leggidrìa,

Con piena autorità di farsi belle

E tenersi polite, ma ben pria

Voglio che regni gran virtude in elle:

Modestia, sopra 'l tutto, e non scaltrìa

E, quando è il tempo di pigliar marito,

Non voglio che rifiutino il partito.


Item, voglio lasciare alle massare

Che le scudelle lavino in cucina,

E ch'abbia la pignatta a governare

O sia la sera, o pure la mattina,

E, quando che per vino hanno d'andare,

Vuo' ch'alzino il boccal spesso in cantina,

E ancor di questo gli fo donatione,

Che ciascuna di lor habbia un bertone.


Ma perché veggio in me crescer il male,

E che Caronte di lontan mi grida,

Lascio questo bel detto in generale:

Che tristo è quello ch'in huomo si confida,

Che di chiacchiare ogn'uno è liberale,

Né regna al mondo hoggi persona fida,

E tal ti fa profferte e ti accarezza

Ch'al tuo bisogno poi ti fugge e sprezza.


Hor qui fo fine al nobil testamento

E se ad alcun manca la sua parte,

Pigli, ch'a suo piacer havrà del vento,

Che tanto gli prometto in queste carte

E quando poi sarò di vita spento

E sarò insieme con Saturno e Marte,

Vada da' miei parenti, se gli pare,

Che saran pronti a fargliene pigliare.


E con patto finisco e conditione

Ch'ogn' uno osservi la mia voluntade,

Rogato ne sarà ser Pantalone

Notaro del signor lor Potestade,

E testimoni Cicco e Brancaleone,

E tutti i putti di queste contrade,

E questo testamento io vo' che vaglia

Al dispetto di tutta la canaglia.


Ultimamente, acciò ch'essendo morto,

Tutti quelli ch'avranno a hereditare

Conoscan com'io fui saggio ed accorto,

Nel voler ad ogn'un la parte dare,

Lascio la vita a chi non è ancor morto,

E chi altro vol, se 'n vadi a ritrovare,

Così dovriano far tutti coloro

Che si trovano al mondo argento ed oro.


IL FINE