IL TRIONFO

DE' POLTRONI,

OPERA PIACEVOLE,


con due mattinate bellissime, & alcu-

ne canzoni napolitane nuove,

belle e sentenziose

Viv ai poltroni, per mare e per terra,

Ogn'uno corri, e faccia una gran serra

Hor ch'io vado in Cuccagna, chi mi seguirà non erra,

Venite via, poltroni, che non siate buon da guerra.


Venite tutti con me sicuramente,

Se voi volete stare allegramente,

Che la poltroneria sta in Cuccagna certamente,

Con tutta la sua corte, buon compagni e buona gente.


Dopo cenato, si mangia il suo confetto,

E poi di lungo si puol' andare a letto,

Ch'apparecchiato a posta sempre sta, galante e netto,

Ch'ognuno a riposare si può andar per suo diletto.


Poi la mattina si sente tal versetti,

Di molte sorte e di vari uccelletti,

Oh che dolcezza grande sentir quegl'animaletti

E così su quel canto dormir poi due altri sonnetti.


Non v'è nessuno che vi venga a dire:

Levati, presto, e non star più a dormire!”,

Che tal cosa non usa, ché toccarìan gran martire,

Né manco habbi fastidio, che nessuno stia a rognire.


Quand'un si leva dal letto la mattina,

C'è una fontana d'un'acqua christallina,

Che, per lavarsi a quella, ciascheduno s'incammina,

E poi c'è un'acqua lanfa, tutta muschio, eletta e fina.


C'è poi un monte di formaggio grattato,

Ce n'è del dolce e ce n'è del salato,

Ed intorno c'è un lago di burro fresco e colato,

E in cima un calderone molto ben fortificato,


E tutti quanti, chi vuol de' maccheroni,

Vadi via innanzi, che gli troverà buoni,

Che sempre apparecchiati stanno là per i poltroni,

E sono stagionati da poter far buon bocconi.


C'è poi fontane per chi vuol bere vino,

Che giorno e notte le sono a tuo domino,

Ce n'è di mille sorte, senza pagar' un quattrino,

Malvagia, Moscatello, Romanìa e Greco fino.


Se vi vien voglia di mangiar buon bocconi,

C'è gran galline, e migliori capponi,

C'è pernice e fagiani, ed ogni sorte salsiccioni,

Che ravvivano i sensi tanto sono rari e buoni.


C'è buone torte e c'è buone sfogliate,

Ricotte fresche, buone e delicate,

Pasticci d'ogni sorte e cialde fine inzuccherate,

Che rallegron quel paese e tutte quelle contrate.


C'è poi la zecca, per chi vol de' quattrini,

Chi vuol de i scudi e chi vuol de i zecchini,

Testoni, giuli, lire, ed ancora de' quattrini,

Acciò che se ne servin per infino li bambini.


C'è poi civette che cacano mantelli,

Camiscie bianche e nobili cappelli,

Casacche d'ogni sorte, e calzoni molto belli,

Con ricami di perle, di rubini e di gioielli.


Deh, poveretti, non vogliate indugiare,

Ite in Cuccagna, se volete trionfare,

Che uscirete d'affanni, e non starete più a stentare,

Poiché d'altro non si parla che di bere e di mangiare.


Si mangia poi certe sorte guazzetti,

Con spezierie e buoni finocchietti,

Con il suo pepe in cima, uva passera e confetti

E sempre del continuo voi starete fra i banchetti.


Poi c'è un castello che è fortificato,

Con la puina e formaggio grattato,

Ed attorno c'è una fossa di fegato marinato,

Per chi perdessi il gusto, o vero fussi svogliato.


Dopo desinare, tutti vanno a sollazzo,

Chi qua e chi là, facendo gran stramazzo,

Chi va per i giardini a coglier di fiori un mazzo,

E chi se ne va a caccia, altri a qualche bel palazzo.


Chi si diletta a giocar due per parte,

Al pallon grosso, e chi giuoca alle carte,

A dadi, a sbaraglino, tal che così si comparte

Il giorno tutto quanto, senza ragionar mai d'arte.


E se a qualcuno diletta il cavalcare,

Ci son cavalli che stan sempre aspettare

Tutti quanti i poltroni, che gli vadino a pigliare,

E si sta allegramente, attendendo allo sguazzare.



Mattinata bellissima in dialogo, fra huomo

e donna, amanti.


Huomo

Quest'è quel luogo dov'ho il mio cor perduto,

Qui sta colei che mi può dar' aiuto,

E a l'hora deputata a mezza notte son venuto,

Solo, senza compagnia, ed ho portato il mio liuto.


Donna

Se questo è il luogo dov'hai il tuo cor perduto,

S'io son colei che ti può dar aiuto,

Eccomi alla finestra, sol per far quel ch'è dovuto,

Per mille e mille volte cor mio car, sia il ben venuto.


Huomo

Vita mia cara, io ti vorrei parlare,

Ma più d'appresso, per l'honor tuo salvare,

Però apri un po' la porta, perché dentro possa entrare,

Che qualcun di qua via non ci senta ragionare.


Donna

Amico mio, se tu mi vuoi parlare,

Alla finestra io ti starò ascoltare,

Che così facilmente non si puol' in casa entrare,

Dì pur, e sta di fuora, quel ch'a te diletta e pare.


Huomo

Dolce mio bene, cara speranza mia,

Troppo lontano di qua è gelosia,

Ma perché non ti fidi di chi t'ama e ti desìa,

E chi brama far cosa ch'a te, cor mio, grata sia?


Donna

Se brami farmi cosa che grata sia,

Lasciami stare a questa gelosia,

E non tardar più oltre, perché questa è gran pazzia,

E 'l grande amor n'è causa, che ti porto, vita mia.


Huomo

Hai ben ragione, se tu mi porti amore,

Che per te vivo senz'alma e senza core,

In lacrime e sospiri, in foco, fiamma ed ardore,

Con affanni e martiri, passion, pena e rancore.


Donna

Se un vero amante havesse un gran dolore,

Farebbe in modo, con quella c'ha 'l suo core,

Di poter' ire in casa giorno e notte a tutte l'hore,

Senza sospetto alcuno, ma finire il buon'amore.


Huomo

Questo non posso, perché mio padre ogn'hora

Dice non vuol ch'io pigli moglie ancora,

Perché s'io la pigliassi, balzeria di casa fuora.

Deh, apri, vita mia, non voler ch'amando mora.


Donna

Tu temi il padre, ed io la madre ancora,

Però non voglio aprir l'uscio a quest'hora,

Non ti rincresca dunque star quattro dita di fuora,

E far la sentinella fin domattina a buon'hora.


Huomo

I tuoi begl'occhi m'han tratto il cor dal petto,

Convien ch'io t'ami, e parta al mio dispetto,

E ch e'l giorno e la notte io ti sia sempre suggetto,

E d'esser tuo consorte, se tu m'apri, ti prometto.


Donna

Se vuoi far questo, ed io doman t'aspetto,

Vattene a casa, ma non venir soletto,

E parla con mia madre, se vuoi far quello c'hai detto,

Io serro la finestra, buona notte, torno a letto.


Huomo

Oh cielo, oh terra, oh stelle, oh sole, oh luna!

Com'esser può costei così importuna

Che pianger non mi giova, sospirar, né cosa alcuna?

Pazienza, patir voglio, che così vuol mia fortuna.



Mattinata bellissima che fa un amante

alla sua diva.


Signora mia, per certo io vi son servitore,

Ma non vorrìa, per merto del mio grande dolore

Havervi amato e amarvi con dispensa,

E altrui n'havesse poi la ricompensa.


Voi altre donne sete di cosi poca fè,

Ch'ogn'un tener volete sotto li vostri piè,

Havere i cieli e Dei tutti in dispreggio,

Poi v'attacate ogn'hor al vostro peggio.


Amai una donzella, già quattro mesi fa,

Tutta leggiadra e bella, come ciaschedun sa,

Per la qual' io non ritrovava loco,

Che mi sentivo ogn'hor arder nel foco.


Questa gentil signora, due mesi sì pian piano

Mi menò d'hora in hora, di doman in domano,

Dicendo sempre: “Soffrisci il tuo martire,

Che 'l premio havrai, se ben tarda a venire”.


Forza mi fu soffrire così grave dolore,

E non potei sentire maggior piaga d'amore,

Che non harei creduto in fede mia

Che in lei non fusse tutta cortesia.


Quando fui chiaro e certo del mio fedel servire,

E ch'altri haveva il merto del mio molto languire,

E che haveo speso in darno il tempo tutto:

Piantar la vigna, altrui coglier' il frutto.


Se una donna mi chiama, io gli risponderò

Se per ventura m'ama, ed io ancor l'amerò,

Ma se per sorte di me non fesse stima,

A rivederci, amici come prima.



Napolitana bellissima


Personariella mia, personariella,

Poiché voi che t'adora per mio destino,

Dammi due frutte del tuo bel giardino.


Dammi due pomi, o ver due ceraselle,

Dammele presto, se me le voi dare,

Se non che, me reduco a pazziare.


Se coglier non le puoi, oh faccia bella,

Prestame l'horto, e non te dar' affanno,

Coglierò il frutto senza farte danno.


Dunque, se questa grazia me voi fare,

Personariella mia, non dubitare,

E fallo, donna, senza più pregare.


Risposta


Signor gentile, io son personariella,

Son guardina, ed ho per mio destino

Tener le chiave del mio bel giardino.


Non ci son poma, manco cerasielle,

Che volentieri te le vorrìa dare,

Pazienza dunque, senza pazziare.


Un solo frutto ha l'arboro mio bello,

Che lo conservo intatto, e senz'affanno,

E coglier non si può senza mio danno.


Vattene, va', ch'io non lo voglio fare,

Che l'orto è chiuso, e non se pole entrare,

E, fatto il danno, non se po' pagare.


IL FINE