L'UCCELLIERA

D'AMORE

dove si vede quante sorti di uccelli v'inciampino

ogn'hora dentro,

e con quanto artificio siano tesi i legacci dalle sagaci

uccellatrici di quelli, per tirarli

sotto le reti loro;


con un capitolo sopra detta uccelliera

cavato dal principio di tutti i canti

dell'Ariosto


SOPRA L'UCCELLIERA

D'AMORE

ALLA GIOVENTU' IN UNIVERSALE


L'uccelliera d'Amor ha mille inganni,

Mille reti nascoste e mille lacci,

Dove chi cala convien che si allacci,

E per fuggire in van dibatte i vanni.


Però chi non ne vuol vergogna o danni,

Quanto più può da lei fuggir procacci,

Che s'a fort' ei s'intrica in tali impacci

Ne portarà squarciato il petto e i panni.


Ecco l'esempio pronto oh innamorati,

Che vi si mostra come un chiaro lume

Acciò impariate di fuggir gli agguati


Che queste uccellatrici han per costume

Con dolci vezzi di lusinghe ornati

Tirarvi al visco, e cavarvi le piume.


E chiunque si presume

D'esser da quelle sopra ogn'altro amato,

E' il più pazzo, il più sciocco, e 'l più pelato.

LE UCCELLATRICI

D'AMORE CHE

PARLANO


Hor che le panie son tese d'intorno,

Stiam deste e vigilanti, perché certo

Siam per far buona presa questo giorno.


Un gran stormo d'uccelli è già scoperto,

Quai fanno il varco lor sopra le reti,

Andiamo entro il macchion tutte al coperto.


Un barbagianni cala a le pareti,

Oh sel potiamo prender, quanto spasso

Havrem, però ciascuna hora s'accheti;


Esso vien verso noi, e tosto al basso

Calerà, state a l'erta, eccolo a terra,

Tiriamo, ch'egli è preso al duro passo.


Oh ch'uccellon, su, presto, ch'ei si serra

In gabbia, ch'ei sarà nostro sollazzo.

Guarda che con gli unghioni ei non t'afferra.


E' vecchio, ed è venuto come pazzo

A imprigionarsi in questo gabbiotto,

Hor mettil dentro, e non facciam schiamazzo.


Tendiam di nuovo, che passa un gazzotto

Di prima piuma, tira, oh là, che fai?

Ch'attendi? Horsù, gli è preso, eccolo sotto.


Di questo havremo ancor piacer' assai,

Perché di modo tal l'inzupparemo,

Ch'esso da noi non partirà più mai.


E se ben fin sul vivo il pelaremo,

Ei starà sodo, perché tal uccello

Il capo ha grosso, ma di cervel scemo.


Guarda guarda, che passa un gavinello,

Abbassati ch'ei cala, tira, tira,

Oh che bel spasso havren, se pigliam quello.


Non tirar, perché par ch'ei si ritira

In alto alquanto, e che da noi si scosta,

E torna, e fugge, e attorno il varco gira.


Tendi la pania, poiché non s'accosta

A le reti, ed invischa la bacchetta,

Che forz'è ch'ei s'inciampi da sua posta.


Ciufola un poco, e leva la civetta

In alto, ecco ch'ei cala un'altra volta,

E per venir' a noi s'abbassa in fretta.


Ei torna in alto, e va girando in volta,

Gran patienza ci vuole ad aspettarlo,

Pur noi l'havrem, dopo fatica molta.


Pi, pi, pi, eccolo al visco, odi gridarlo?

Tu vi giongesti pur, tristo meschino,

I vo' stracciargli il capo e poi pelarlo.


E non far, metti in gabbia il poverino,

Che non bisogna fargli tanto male,

Mira com'ei si sbatte, quel tapino!


E par raccomandarsi, e però quale

Sarà di noi ch'el voglia trar di vita?

Basta solo a spuntarle un poco l'ale.


Mettiamol pure in gabbia, e con ardita

Mente attendiamo, perché di qua via

Passa di civetton copia infinita.


Abbassiamci, che calan tuttavia,

Tira, che gli habbiam tutti: hor sì che questa

E' stata una gran presa, in fede mia.


Piglia, piglia, che quello è con la testa

Fuor de la rete, e l'ha stracciata alquanto,

E via ci scamperà, se non sei presta.


Va', prendi tu quel là da l'altro canto,

Non vedi che di sotto il capo ficca

A la rete, e v'ha fatto un brutto schianto?


Hor che son presi, meglio è ch'io gli stricca

Il capo a tutti. Eh no, facciamo prima

La caccia, poi il collo anche gli spicca.


Io veggo di quell'arbore a la cima

Un allocco, e mi par che calar voglia,

Ma tu vi lasserai la spoglia opima.


Tira, ch'esso è calato, e già s'invoglia

Ne la rete, eccol preso, hor sì bisogna

Questo pelare, e trarle anche la spoglia.


Ecco un tordetto che venire agogna

A la rete, e giù cala, hor tira tosto,

Che lassarlo fuggir sarìa vergogna.


Eccolo preso, fa che sia riposto

Con gli altri, perché veggio un piccion grasso

Qual per venir s'è già su l'ali posto.


Eccolo sotto, su, corriangli addosso,

Oh com'ha buone piume, hor sì che questo

Pelar si può, fin che si giunge a l'osso.


Mettiamol da sua posta, e poscia al resto

Attendiamo, che v'è un rondon che cala,

Ed eccol sotto, su, prendilo presto.


Oh com'è grasso e giallo sotto l'ala,

Questo sarà per noi un buon boccone,

Ben qui calò per lui in hora mala.


Ecco là un cucco, e seco è un cornacchione,

Ed ambidue si calano al cimbello,

Tira pur, che gl'habbiamo ambi in prigione.


Oh, questo cucco è magro, il meschinello,

Lascianlo gir, ch'altro che voci e penne

Non tien, però nol voglio nel cestello.


A questo cornacchion, che con lui venne,

Voglio striccar la testa, anchor che dura,

Ch'in gabbia mai nissun non se ne tenne.


Ed hanno una maligna lor natura,

Che a tutte le carogne dan di becco

E gli serve per cibo ogni lordura.


Ecco un stornello, oh com'è magro e secco,

Lascianlo gir, di gratia, a la bon'hora,

Ch'a prender tal' uccei non vi è di lecco.


E di quelli il proverbio vive ancora

Che 'l Baba non ne volse al suo banchetto,

Però lassalo andare, senza dimora.


Ecco che un passarotto al laccio è stretto,

Prendiam, sorelle mie, pur cotest' anche,

Cammina, ch'ei s'affoca, il poveretto.


Oh, se quel gufo mi vien fra le branche

Io lo voglio pelar ben' a mio modo,

Guarda che con gli unghioni ei non t'abbranche.


Eccolo preso, su, tenetel sodo,

Oh che bestion, che lassa il proprio nido

Per entrar' in quel d'altri, e usargli frodo.


Oh, quanto di tal presa godo e rido,

Che simili uccellacci a ciascheduno

Da rider danno, col suo roco grido.


Un rosignuolo veggio su quel pruno,

Che vuol calare, hor' eccolo impaniato,

Questo mai di cantar non è digiuno.


Oh, quanti uccelli qui da questo lato

Veggio calar, hor eccogli ridutti,

Sia pur ciascun di lor ben' arrivato.


Non si lassino gir, belli né brutti,

Attendiam pur' a empire il gabbiotto,

Che l'arte nostra è di tirare a tutti.


I' vo' tirare ancora a quel merlotto,

E poi piegar le reti, eccolo involto

Né lacci, dove pagherà lo scotto.


Un fagian viene in qua, che mi par molto

Grasso, s'entra ne le reti i' vo' tirare

Ad esso ancora, a fè, ch'io ve l'ho colto.


Di simil carne ognun non può mangiare,

Che pasto è sol da prencipe e signore,

Però gran presa fatta haver mi pare.


E perché il sol rinforza il suo calore,

E che gli augei si tiran ne' boschetti,

E la cicala stride e fa rumore,


Pieghiam le reti, e andiamo a i nostri tetti,

Che da far molto nel pelarli havremo,

Però da noi più tempo non s'aspetti.


Ma di quei magri e secchi, che faremo?

Che da spiedo non son, né da pignatta,

A la ventura andar gli lassaremo.


Ma pria che libertà per lor si tratta,

Pelargli quelle poche penne c'hanno,

E poi dove gli par ciascun svolatta.


I grassi serbarem per tutto l'anno,

Tenendoli pelati con destrezza,

Che far del resto sarìa troppo danno.


Ben che di noi ciascuna è tanto avezza

Tender le reti ad ogni sorte uccello,

Ch'ogn'hor qualch'un ne catta per sciocchezza,


Né vi è piccol, né grande, brutto o bello,

Il qual si possa da l'insidie tese

Salvar, e che non venghi al nostro hostello.


Con simil' arte ci facciam le spese,

E quel dì, che non cade nella ragna

Qualch'uccel novo, restiam fruste e lese.


Uccelliam sotto i tetti e a la campagna,

Ed ogni giorno prendiam nova carne,

Tal che la nostra casa è una cuccagna.


Hor pernici, hor fagiani, hor quaglie, hor starne,

Innanzi sempre habbiamo, mercè sola

Che con le reti c'ingegniam pigliarne.


E se per sorte qualch'un s'invola

Da i nostri vischi, va poco lontano,

Che dà in le reti, e al fin ci viene in gola.


E per fuggir da noi dibatte in vano

L'ali, che ce 'l mettiamo ne la tasca,

E fin c'ha penne non ci esce di mano.


Né passa giorno che qualch'un non casca

A invilupparsi dentro a' nostri lacci,

Che 'l visco è sempre teso su la frasca.


Ben vero è che vi son certi uccellacci

Che ci fanno talhor vergogna e scorno,

Come son corbi vecchi e nibbiacci,


Che 'l volo van facendo attorno attorno

A l'uccelliera, e al fin ci portan via

Le reti e 'l visco, e più non fan ritorno.


Però vadano questi a la lor via,

Perché sono uccellacci da rapina,

Che beccan l'esca e poi svolattan via.


Ve ne passano ancor, sera e mattina,

Di quelli c'han le penne molto belle,

Ma non son buon per la nostra cucina.


Perché beccar vorrebbon le granelle

E ne le gabbie nostre trastullarse,

Poi girsen sciolti, in queste parti e in quelle.


Però vadino altrove a pascolarse,

Che la carne vogliamo, e non le piume

Di varie macchie e bei color consparse.


Certi falchetti ancor' han per costume

Calar' e questi son che stare al segno

Ogn'altro fan, ch'a noi volar presume.


Così, con l'arte nostra e con l'ingegno

Viviamo liete, hor questo hor quel pelando,

Chi di calare a noi non prende a sdegno.


Pur, fra tutti gli augei che andiam pigliando,

Qualche bel cardellin, per nostro spasso

E per nostro diporto, andiam serbando:


Questo cerchiam tener satollo e grasso,

E più tosto leviamo a gli altri l'esca,

Ch'esso rimanghi mai di cibo casso.


Questi, fra tutto 'l stormo che s'invesca,

E' il più caro, il più amato, il più gradito,

E se a sorte ci scampa o di gabbia esca,

Ogni nostro piacer resta finito


IL FINE DELL'UCCELLIERA

CAPITOLO

SOPRA L'UCCELLIERA

D'AMORE


Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori

Cantò quel gran poeta illustre e chiaro,

Per scoprir di Cupido i gravi errori.


Ingiustissimo Amor, perché sì raro

Sei in stratiar chi vien ne le tue scole?

Onde, perfido, avvien che t'è sì caro.


Chi mi darà la voce e le parole?

Chi forza al dir? Sì che ciascuno ascolte

Gl'inganni tuoi, de' quali ognun si duole.


Quantunque il simular sia le più volte

Quel ch'a i sciocchi amatori il core afferra,

Con fraude e con lusinghe insieme accolte.


Tutti gli altri animai che sono in terra

Vivon soggetti a la tua legge infida,

E nel tuo labirinto ognun si serra.


Miser chi mal'oprando si confida

Coglier da te buon frutto, che mercede

Trista raccoglie al fin, ch'in te si fida.


Chi va lontan da la sua patria vede

Languir d'intorno mille incauti amanti,

C'han nella rete tua dato del piede.


Oh, quante sono incantatrici, oh quanti

Che per gustar d'Amore un van diletto

Fanno gli risi altrui cangiare in pianti!


Che non può far d'un cor c'habbia soggetto

Quest'empio e rio tiran, che pone al fondo

L'huomo e 'l saper gli offusca e l'intelletto.


Fra quanti amor, fra quante fedi al mondo

Non è chi della sua, chi ha ben discorso,

Post'habbia sopra l'huom più grave pondo.


Quantunque debil freno a mezzo il corso

Freni ogni gran destrier', a la sua rea

Legge però nissun può porre il morso.


Cerere, poi che dalla madre Idea

Si tolse, cercò fin ne i regni neri

La figlia, che Pluton rapita havea.


Ben furo avventurosi i cavalieri

De' quai si trovan mille carmi scritti,

Che mai volser seguire i suoi sentieri,


Nei molti assalti, e nei crudel conflitti

Che dero i greci a Troia alta e famosa,

Tutti furon d'Amor ont' e despitti.


Fu il vincer sempre mai laudabil cosa,

Però chi vince le sue leggi stolte

Impresa non può far più gloriosa.


Gravi pene in amor si provan molte,

E si cangian (può dirsi) in fiere, in mostri,

Quegli ch'in lui seguir le voglie han volte.


Il giusto Iddio, quando i peccati nostri

Per questo cieco han trasgredito il patto,

Heredi ne fa poi de' neri chiostri.


Magnanimo Signor, ogni vostr'atto

E' stato almo e divin' a chi è scampato

Da i legami d'Amor, può dirsi in fatto.


Alcun non può saper da chi sia amato,

Che le strade d'Amor son dubbiose,

E chi si fida in lui, resta ingannato.


Le donne antiche hanno mirabil cose

Fatte, ch'ogni scrittor par le dipinga

Honeste, continenti e virtuose,


Né fune intorno crederò che stringa

Soma così, come le pene tante

A chi questa d'Amor catena cinga.


Cortesi donne, grate al vostro amante,

Io non vi biasmo, mentre non vi cade

Pensiero indegno e poco honesto innante.


Studisi ogn'un giovare altrui, che rade

Volte si perde, se non v'è zizzania

Seminata nel mezzo, o falsitade,


Chi mette il piè su l'amorosa pania,

Cerchi ritrarlo, e pigli altro sentiero,

Che insomma non è Amor altro che infamia.


Oh gran contrasto in giovenil pensiero,

Risse, discordie e insanguinar di spade,

Prometter grave, e mancar di leggiero.


Cortesi donne hebbe l'antica etade,

Che fuggiron lontan dal tristo suono

Di lui, né camminar per le sue strade.


Molti consigli de le donne sono

Ottimi e rari, che tal privilegio

Hebber dal ciel per segnalato dono.


Donne, e voi che le donne havete in pregio,

Fuggite Amore e la sua face ardente,

Se non volete haver macchia né fregio.


Oh, de gli huomini inferma e instabil mente,

Ch'a un sguardo sol di donna che vi mira

Vi lassate legar sì strettamente,


Quando vincer da l'impeto e da l'ira

D'Amor si lascia l'huom, qual forsennato

Divien, e in van si lagna, in van sospira,


Che dolce più, che più giocondo stato

E' quel di ch'il suo cor sol nutre e crea

Di virtù, e lascia Amor crudo ed ingrato.


Sovviemmi, che cantare io vi dovea

Del miserabil fin ch'a tutti è noto,

Di Tisbe, di Arianna e di Medea,


Timagora, Parrasio e Polignoto,

A pinger tanti stratij e villanie

Bastanti non sarìan, per quel ch'io noto.


Oh famelice, inique e fiere Arpie,

Empie e spietate sete, ch'io nol celo,

E chiudete al ben far tutte le vie.


Chi salirà per me madonna in cielo,

Acciò che le sue frodi siano intese

E che ciascun le schivi, al caldo e al gielo?


Convien' ch'ovunque sia, sempre cortese

Sia un cor gentil', ma non facile o prono

A darsi in preda a lui, che sempre offese.


Sì come in acquistar qualch'altro dono

L'huom si affatica, che sia d'eccellenza,

L'acquistar libertà non è men buono.


Cortesi donne, che benigna udienza

Date al mio dir, vi prego caldamente

Ch'a le sue fiamme fate resistenza.


L'affanno di Ruggier ben veramente

Può darvi esempio, perché corse quasi

Per esso a morte, se vi torna in mente.


Lungo sarebbe, se i diversi casi

Narrassi di costui, che ne flagella

E che d'atro veleno ha pieno i vasi.

L'odor ch'è sparso in ben nodrita e bella

Chioma o vesta, non giunge in alcun modo

A quel d'una castissima donzella.


Qual duro freno, o qual ferrigno nodo

Del suo laccio è peggior, che si raccorda

Altro coglier da lui che inganno e frodo?


Oh esecrabil Avaritia ingorda,

Almen tu di costui non ti diletti,

Se ben poi sei nel resto infame e lorda.


Spesso in poveri alberghi e picciol tetti

Entra quest'empio, e assai più che non credi

Quivi fa danno, e par che 'l tutto infetti.


Quando più su l'instabil ruota vedi

Star l'huom superbo nel costui impero,

Tanto più presto in su rivolge i piedi.


Hor, se mi mostra la mia carta il vero,

Pazzo è colui che dà in preda il suo core

A questo crudo e dispietato arciero,

Fugga dunque ciascun dal suo furore.


IL FINE












Testo trascritto da: L'uccelliera d'Amore, dove si vede quante sorti di Uccelli v'inciampino ogn'hora dentro; e con quanto artificio siano tesi i lacci delle sgaci Uccellatrici di quelli, per tirarli sotto le reti loro; con un Capitolo, sopra detta Uccelliera, cavato dal principio di tutti i Canti dell'Ariosto, in Bologna, presso gli Heredi di Gio.Rossi, 1606, BAB