VEGLIA

CARNEVALESCA

DEL CROCE

nella quale s'introducono un bellissimo drappello

di cavalieri e di dame a danzare,

e si sentono varij linguaggi e canzoni

ed in ultimo una bella mascherata d'ortolane

che vendono del latte


opera nova, bella e di grandissimo spasso

VEGLIA CARNEVALESCA DEL CROCE


Una parte dei gentilhuomini che parlano, e un'altra parte rispondono


Hor che ridutti siamo in questo loco,

E che di Carnescial poco ci resta,

Su, che portar si faccian gli stromenti,

Che 'l tempo vuol che stima lieti e contenti.


Signor Oratio, prendete il liuto.

Io non son troppo in tono, il mio signore.

E fateci digratia sto favore.

Horsù, non vo' mancarvi,

E voi fate portarvi,

Signor Ottavio, la vostra viola.

Non l'ho qui, che serrata è ne la scuola.


Date la chiave qui al mio servitore:

Martin, signor, corri a pigliarla in fretta,

E voi, signor Ortensio, la spinetta,

Con essi sonarete.

Farò quel che volete,

Bench'io non sia eccellente sonatore,

Sempre de gli altri seguito l'humore.


Ma quali dame inviteremo noi?

La signor'Anna e la signor' Ottavia,

La signor'Alda e la signora Flavia,

La signora Plautilia

E la signora Scilla,

Chiamarem' anco la signora Orsina,

E la signora Silvia sua vicina.


Hor, chi faremo noi l'invitatore?

Voi, signor Alessandro, v'andarete

E da parte di noi l'invitarete.

Di gratia, miei signori,

Questi mi son favori,

Ed eccomi, c'hor hor mi pongo in strada,

Datemi il mio zucchetto e la mia spada.


Parmi ch'io senta battere a la porta.

Pietro, signor, va' vedi chi son questi.

Chi batte? Oh là, se fa qui dli festi?

C'habbiam sentì sonà,

E siam vegnù a ballà.

E quanto sete voi? A som nu sis,

Che sfondarom li loz, pittana d'dis.


Mi son Pidr'antoni Montovan.

Io fiorentino. E mi son frares.

Mi venetiano. E mi son bulgnes.

E io soi espagnolos,

Però non tardais vos

D'aprir la puerta a esta compagnia.

Hor'hora l'apro a vostra signoria.


Assettatevi là, cari signori,

Su quelle sedie, Pietro porta i lumi.

Signor, hor hor gli porto. Oh i bei costumi,

A fè che sei galante

A passargli davante.

Signori, perdonatemi s'io passo

Innanzi a voi, che dietro è chiuso il passo.


Pietro, io sento batter, va' a la porta.

Io ci vado, chi è là? Vien, apri presto,

Porta le torze. I' vengo, oh sì che questo

Sarà un festin galante,

Oh quante dame, oh quante

Belle signore. Volgi il lume, Pietro,

Ch'in cantina non vadan quei di dietro.


Buona sera, signori, buona sera.

Porta qua da sedere a ste signore,

Oh Pietro. Ecco le sedie, ma il calore

Del foco potrìa alquanto

Nocergli. Hor fa da canto

Quel quadro, o portal via, ch'elle staranno

Discosto al foco e non lo sentiranno.


Horsù, diasi ne' suoni allegramente,

Chi va' a pigliar? V'andrò io immediate,

Che dite voi, signor, vi contentate?

Andegh al mi sgnor,

Ch'a mi am fè favor.

Andeghe pur, andeghe signor mio,

Che tutti po' ve tegnaremo drio.


Orsù, voglio pigliar cotesta dama,

Venite via. Non posso, per mia fede,

Ch'a venir su mi son travolto un piede.

Oh, voi torto mi fate,

Venite e passeggiate

Così pian piano. I' vengo per creanza,

Non già per volontà d'entrare in danza.


A voi vegnì a pià an mi signor

...............................................

Ch'è col ch'v'è mort, ch' portè col vel?

E' stato un mio parente.

V'hal laghà a vu niente?

Nulla signor. Oh, lassel donca andà,

Quant'un è mort, ch'in vliv pu' fa?


Al sangue delle verze, ancora mi

Voio balar, vegnì vu, cara fia,

Cara colonna, disè in cortesia,

Se vu sentì d'amor?

No, a fè, caro signor.

Moia, e no credo, ch'un sì bel visetto

.....................................................


Tiraiv da banda, o là, lagaim passar,

Ch'a vuoi andar a piar quella signora,

Daim la man. Eccola, ma in bon'hora

I piè non m'ammaccate,

Dove forsi pensate

Esser, su qualche festa da villan?

Perdonaim, an l'ho fat' a bella man.


Mo n'hoia a ballar mi, potta d'zuda,

Vgnì via sgnora. Oh voi mi scomodate

Pur tanto, deh se voi vi contentate

Pigliate un'altra. No,

Vgnì pur via vu. I' verrò.

Dam la man, oh quant l'è mulsina,

La par iust qula d'la mia Sabadina.


Vagliame Dios, ch'io chiero ballar

Con esta dama, veneis mi seňora.

Vengo signor. Come stais agora

Por cuento d'amor.

Non v'intendo signor.

Digo se pate vuestro corazon,

Come fa el del capitan Mordon.


Signor, son poco pratica d'amore,

Però parlate d'altro o ch'attendiate

Al ballo, che le donne maritate

Non van dietro a l'amore,

Ma a conservar l'honore

Attendo del marito e de' parenti,

Ch'ivi consiston tutti i lor contenti.


Ben, buen, por cierto. Hor state un poco adietro,

Signori, e cheti, che s'odano i suoni.

Mocca quei lumi, Pietro, ove gli poni?

Su questo corniciotto.

Hor va', drizza di botto

Quella candela, presto, o là non vedi

Ch'ella si strugge? Su, valli provvedi.


Signor Flaminio, non vi sia discaro

Darmi quel scanno, ch'io vadda a moccare

Quei lumi. Piglia pur quel che ti pare:

Ohimè, che fuoco è questo?

Andrea, leva via presto

Quel legno in sul fuoco, su cammina,

Prendilo tosto e portalo in cucina.


Hora che 'l passo e mezzo habbiam finito,

Ritornate signori al vostro loco,

E voi, signori, state adietro un poco,

Sonate una gagliarda,

Ovvero una nizzarda,

O canarie, o barriera, o spagnoletto,

Ancor la pavaniglia è un bel balletto.


Voi, signor Silvio, la signora Silvia

Pigliate, ch'ambi un nome istesso havete.

Son qui per far, signor, quel che volete,

Ma facciovi sapere

Ch'a voi poco piacere

Darò, perché in tai balli ho poca scienza,

Ma pur io v'anderò, per ubbidienza.


Lassateci accordar questi instrumenti,

Tirate a quel liuto un poco il canto

E voi il basso a la viola intanto:

Horsù, toccate via

Con la vostra armonia.

Fate largo, signor, di gratia, un poco

Perché a un balletto tal vi vuol più loco.


Oh, come van leggiadri su la vita,

Tenete duro, oh là, che cosa fate

Oh sonatori, par che voi dormiate

Sonate un po' più stretto,

Perché questo balletto

Va fatto con assai più gagliardezza,

Che 'l ballar snello porge più vaghezza.


Hor che danzato ha la signora Silvia,

Signora Scilla, vi vogliam pregare

Di voler favorirci di cantare

Ancor voi qualche cosa,

Con questa gratiosa

Voce e soave, e di dolcezza piena,

Che sete al mondo una gentil sirena.


Havete torto, i miei signori, a darmi

La burla. Oh, questo no, Signora mia,

Che 'l ver si dice, né vossignoria

Potrìa laudarsi tanto

Sì nel suono e nel canto,

E in tante altre virtù, ch'in lei han loco,

Ch' a gli altri pregi suoi non fusse poco.


Son più per ubbidir che soddisfare

A voi signori, canti bene o male;

Datemi il chitarron, da poi che tale

E ' pur la vostra voglia.

Vossignoria lo toglia.

Eccolo, zitto signori, attenti tutti,

E tu, Martin, non far gridar quei putti.


CANZONETTA


Sopra una chiara linfa

Stava la bella Clori,

E mentre ella si specchia il petto e 'l viso,

Vi sopraggiunse Tirsi a l'improvviso,


E con la dolce cetra

Da far fermar i venti,

Incominciò a cantar d'un pino a l'ombra,

La grave passion che 'l cor l'ingombra.


Ella, tutta sdegnosa,

Sprezzando il suon soave,

Con le dorate chiome a l'aura sparse,

Snella fuggendo a gli occhi suoi disparse.


Ond'ei, mesto, gettato

La cetra di lontano,

Seguendo lei gridava: “Oh mio tesoro,

Ferma il piè, non fuggire, ahimè, ch'io moro.”


Ella pur non risponde,

Ma ratto a lui s'invola,

E nel bosco s'asconde, ahi, caso strano,

E 'l misero pastor la segue in vano.


IL FINE


O buon, che ve ne par, signor Ortensio?

Io dico che nel suono, ancor nel canto

Questa signora porta il pregio e 'l vanto.

Sì certo, signor mio,

E porrei in oblio

Ogni altra cosa, anzi il mangiar istesso,

E 'l canto suo poter udir più spesso.


Signora madre. Che dici, Laurina?

Mascare, mascare, mirate, mirate.

Oh come le son belle e ben ornate.

Venite pur inante,

Ortolane galante,

Ch'altro che voi per hora non ci resta

Per compimento de la nostra festa.


Largo, largo, signori, che bisogna

Far loco a queste mascare, tirate

In la le banche, e di gratia slargate

Il campo, se volete,

Che cantar udirete

Questi musici rari ed eccellenti,

Qualche bel madrigal, se state attenti.


(segue il testo della MASCHERATA XXIX: “Ortolane che vendono latte” già proposto in

S.34 “Le trenta mascherate piacevolissime...”)


Signori, a voi rendiam gratie infinite,

Del favor grande che fatto ci havete

E con ver dir potiamo, che voi sete

Unichi a questa etate,

Che fra le mascherate

Che viste habbiamo in questa parte e in quella,

Il vanto ha questa d'esser la più bella.


Horsù, l'hora è già tarda, udite i galli

Che cantano. E' può starsi ancora un poco.

No, no, che si finisca pure il gioco.

Va' la torza a impizzare,

Oh Pietro, perché andare

Vogliamo a casa. I' vado, ma in effetto

E' presto, e potria farsi anco un balletto.


Appizza pur la torza. Adesso adesso

Vi servo, ma mi par che sia il dovere

Prima ch'andiate, che dobbiate bere.

Porta il fiasco, Martino.

Ci farìa male il vino

Adesso certo, né v'è c'habbia sete,

E l'hora è tarda, già come sapete.


Accostatevi dunque appresso il foco,

Andrea, porta qui presto una fassina,

Su, signor' Anna, su, signor'Orsina,

Venitevi a scaldare.

Signor, vogliamo andare

E a vostre signorie gratie rendiamo,

Del gran favor che ricevuto habbiamo.


Favor è stato il vostro, i miei signori,

Che vi sete degnati di venire

Con tanta cortesia quivi a patire.

Anzi, pur a godere,

Tanto spasso e piacere

Venuti siamo, e il bel trattenimento

E tutti ci partiam col cor contento.


Apri la porta, Andrea, che stai a fare?

Pietro, cammina innanzi con la torza,

E guarda che quel vento non la smorza.

Signori, buona notte

Ogn'uno a le sue grotte.

Pietro, fa lume un poco a questi putti,

Andiamo, andiamo, bona sera a tutti.

IL FINE



Testo trascritto da: Veglia carnevalesca del Croce, Nella quale s'introducono un bellissimo drappello di Cavallieri et di Dame a danzare, Et si sentono varij linguaggi, et canzoni. Et in ultimo una bella Mascherata d'Ortolane che vendono del latte. Opera nova, bella e di grandissimo spasso. In Bologna, per Bartolomeo Cochi. Al pozzo rosso, 1620, BAB