VITA, GESTI

E COSTUMI

di Giandiluvio da Trippaldo,

arcingordissimo mangia-

tore e diluviator del

mondo.

Qui non parlo di Vitruvio,

Nemmen d'Etna o di Vesuvio,

Ma il mangiar di Giandiluvio

Voglio in rima raccontare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Costui già nacque in Cuccagna,

Ove ogn'hor si beve e magna,

E chi dorme, più guadagna,

Che non fassi a lavorare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Fu figliol di Panigone,

E fratel di Morgantone,

Il più ingordo squaquarone

Mai natura hebbe a formare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Quando nacque l'animale

Mostrò al mondo un gran signale,

Che null'altro a lui uguale

Non sarìa nel diluviare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Che, sì tosto ch'ei fu nato,

Gli entrò un'oca nel palato

E, se ben era fasciato,

L'inghiottì senza cridare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Quando egli hebbe quattro mesi,

Mangiò un porco d'otto pesi,

Né havend'anco i budei tesi

Domandava da pappare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Quando compiuto fu l'anno,

Cominciò a far assai danno,

E mandar a saccomanno

Ciò che lui potea trovare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Di dieci anni più non volse

Star a casa, ma si tolse

Da la patria, e si rivolse

Per il mondo a camminare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Hor, udite le gran prove

Non più mai sentito altrove,

Che costui poi fece, dove

Cominciò di praticare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Primamente, sotto Bressa

Mangiò un tin di fava lessa,

E sei pecore con essa,

Ch'eran tutte da tosare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Andò un dì su 'l piacentino,

E, passando da un molino,

Un caval con il pistrino

Mangiò tutto da disnare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Anche un dì, presso a Milano,

Mangiò l'aratro a un villano,

E la zappa c'havea in mano,

Un piccon, e due manare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


A Bologna giunse un giorno,

E mangiò (senti che scorno),

Un fornar, le zerle e 'l forno,

Il forcon e lo panare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Mangiò un giorno una cassina

Col formaggio e la puina,

E a scampar da tal ruina

I pastori hebber da fare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Andò Genova a vedere,

E mangiò per suo piacere

Tutti i fondi a le galere,

Ch'eran onte per spalmare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Entrò un dì entro Pavia,

E, perché gran fame havìa,

Tangugiò una lardaria,

Con i ferri da pistare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Arrivando in Graffagnana,

Mangiò un bricco a una villana,

Con le corne e con la lana

Senza farlo scorticare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Vide un giorno un mantovano

C'havea un asino per mano,

E inghiottillo, ahi caso strano,

Ch'ei non puote un po' raggiare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Mangiò un dì cento pastizzi,

E trecento porci rizzi,

Trenta buffai, grassi e mizzi,

Poi volse anco merendare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Mangiò ancora un pecoraio,

Con le pecore e 'l pagliaio,

Venti capre, con un paio

Di vacchette da tirare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Trangugiò sotto Ravenna

Cinquant'oche con la penna,

Poi nel lago di Bolsenna

L'andò tutte a evacuare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Presso Parma, s'una via,

Mangiò un dì, per bizzarria,

L'hoste, i figli e l'hosteria,

E la moglie e le massare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ritrovandosi in Romagna,

Vide un can dietro una cagna,

E gli piglia e se li magna,

Né poterono abbaiare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Inghiottì di qua dal Tarro,

Un bifolco, i buoi, e 'l carro

E perch' egli era bizzarro

Ritornolli a vomitare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ritrovandosi in Friuli

Cento basti con i muli

Mangiò vivi, e quattro buli,

Né lor valse braveggiare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Incontrò un giorno un elefante,

Che veniva di levante,

Né sì tosto gli fu innante

Che nel corpo s'el fe' entrare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Mangiò un dì cento facchini,

Quattrocento vetturini.

E ducento tabacchini

Si fe' cuocer, per cenare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Trangugiò mille gnattoni,

E un gran numer de guidoni,

Che solean, con lor fiasconi,

Tutto 'l giorno in calca andare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Mangiò un orbo bolognese,

Una gobba ferrarese,

Una zoppa modonese

E duo guercie lavandare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Per dir i suoi humori,

Giunse al mar in tai furori

Mangiò tutti i pescatori

Con le tratte da tirare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E s'havea per il passato

Divorato e trangugiato

Doppiamente in ogni lato

Facea i denti risonare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ond'alcun più non ardiva

Comparir in quella riva,

Che, quand'ei la bocca apriva

Ciaschedun facea scampare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


A la fin, questo meschino

Bevè un dì presso Turino

Mille botti e più di vino,

E si venne a viluppare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ond'essendo stufo e stracco

Ed havendo pieno il sacco

Con il buon liquor di Bacco

Cominciossi a dormentare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E, dormendo a bocca aperta,

Ecco un topo a la scoperta

Comparir, oh bella berta,

Per quei campi a procacciare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E perché sogliono il muso

Cacciar sempre in qualche buso,

Ed a guisa di sicuso

La pastura ogn'hor cercare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare,


Gionse qui dove giacea

Gian Trippaldo che dormea,

E la gola aperta havea,

E attendeva ronfeggiare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Onde il topo, chetamente,

Gli entrò in corpo destramente,

Ed andolli arditamente

Le budella ritrovare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Costui dormea sì forte,

State a udir che trista sorte,

Che quel topo gli die' morte,

E nissuno il puote aitare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Perché, roso l'interiora,

Tutto il resto saltò fuora,

E restovvi il topo ancora,

Ch'el non puote via notare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E così via la vendetta,

Che chi altrui la fa, l'aspetta,

Ma torniamo a la gran stretta

C'hebbe il miser nel passare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


A quell'ultime percosse,

Prestamente risvegliosse,

Ed in piè tosto rizzosse,

per volersi vendicare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ma il gran sangue ch'era uscito

L'havea tanto indebolito

Ch'ei cascò sopra del lito,

Né si puote più rizzare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Il cader ch'ei fe' sul lido

Mandò fuor tant'aspro grido

Che gli uccelli giù del nido

Tutti quanti fe' cascare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ed i can di quel paese

Corser tutti sul pavese

E tenean le cote tese,

Né potevan orinare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Ed a quei ch'erano avventati,

Benché fusser ben ligati,

I braghier si fur slacciati,

E fur tutti per crepare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Fu sì il grido fuora d'uso,

Ch'un hebreo restò berluso,

E una vecchia perse il fuso,

E non puote più filare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E così, per quelle balce

Il meschin tirò le calce,

E in un scorno a piè d'un salce

Le sue prove fer notare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


Hor havete, almi signori,

Ascoltato in bei tenori

Quel che 'l re de' mangiatori

Vivo e morto sapea fare,

Oh, c'horrendo e gran mangiare.


E perché più non ho causa,

Di cantar qui faccio pausa,

Perché far vi potrìa nausa

Il mio lungo cicalare.

Oh, c'horrendo e gran mangiare.

IL FINE

Testo trascritto da: Vita, gesti e costumi di Giandiluvio da Trippaldo, arcingordissimo mangiatore e diluviatore del mondo, di Giulio Cesare Croce, Bologna, Vittorio Benacci, s.d. (ma per la ROUCH prima del 1614), (10x14), pp. 8 n. num., ill.